lunedì 29 settembre 2008

Il soffio vitale

Vi sono forze vitali, nell'uomo, legate alla consistenza materiale, dunque sottoposte alla morte, e vi è la forza vitale immortale. Il sangue, almeno in alcune concezioni greche, sprigiona (nel vapore del sangue caldo versato, cosa sconosciuta agli dei immortali che perdono semmai ICORE) la "forza vitale" che ha sede nel cuore, inteso come sede dell'anima e di affetto (dunque legato alla sensazione e al sentimento che come detto precedentemente sono legati al respiro: in Omero, infatti, non serve versamento di sangue per perdere tale forza vitale che evidentemente si perde attraverso l'espirazione). Questa forza vitale pensa, prova sensazioni, spinge all'azione e si muove. Situata nella zona del petto, infatti, è contenuta in un organo talvolta descritto come “nero”. Un'interpretazione da' al diaframma il compito di contenere tale forza e si spiega così l'affermazione "avere il diaframma nero per la collera" che ancora oggi sento simile nella frase "avere l'anima nera" (per la collera). Essendo mobile, la forza usufruisce delle arterie e di tutti quei canali che il mondo classico conosceva e descriveva come una ramificazione (la medicina moderna stessa parla dei rami bronchiali) e, infatti, usava termini tipici del linguaggio vegetale (germogliare il pensiero). La mente, in questo caso, sarebbe appunto nei polmoni. Interessante, poi, è notare come viene data la consistenza "umida" al sonno: questi polmoni, o qualunque cosa si intendesse con quell'organo che contiene la forza vitale nel petto (per Platone i polmoni racchiudono il cuore perché fungono da cuscino) dicevo, questi polmoni sarebbero efficienti e dunque darebbero coscienza ed intelligenza da "asciutti". Il sonno e l'ubriachezza intorpidiscono l'uomo umidificando quell'aria, quel respiro vitale. L'umidità rende l'uomo preda dell'esaltazione (lymphatus) come accade alla Baccanti deliranti in balia di una mente lymphata o come accadrebbe quando si vede una ninfa dell'acqua e non a caso, poi, bevendo dal Lete si ha l'oblio, un effetto mentale. Nonostante questo, il sapere sarebbe dato dalla forza che corre naturalmente nel corpo, aeriforme sotto forma di "respiro" o come liquido o come aria contenuta nel liquido sangue. Assumere liquidi estranei produrrebbe effetti negativi, anche se come riportavo precedentemente assume un ruolo fondamentale il seme, contenuto nella testa, nel cranio, e nella spina dorsale che non sarebbe altro che la parte divina del midollo. Il seme, connesso con la creazione sarebbe insomma legato perfino allo starnuto, manifestazione del divino, entrambe contenute nel capo, parte prioritaria dell'uomo, ed entrambe connesse alla vita. In tale concezione, l'assunzione di vino, seme della vite, è considerata in modo positivo: mentre la forza vitale naturale mortale ha centro il cuore (il petto in generale, per i romani) la forza vitale ispirata dal Genius ha centro il capo. Dunque, se da una parte il vino intorpidisce il pensiero e l'intelligenza dei polmoni e del petto ivi contenuto, o il diaframma o qualsiasi altro organo implicato, dall'altra parte il vino esalta quel flusso ispirato dal proprio Genius direttamente in testa al quale conseguono azioni, ispirate, appunto.La testa è il principio (Zeus), "mangiare fave equivale a mangiare la testa dei propri genitori", cioé nutrirsi di un ovulo, ricettacolo di un seme, non era consigliabile per non nutrirsi di forza vitale (immortale, centro la "testa") laddove aveva sede.

sabato 27 settembre 2008

L'ispirazione divina

Nella tradizione greca, il soffio era considerato come una conoscenza, un pensiero e la sua sede era la testa (caput). Gli Dei "ispiravano" o "soffiavano dentro" nel cuore dell'uomo. Bisogna considerare che sentimento ed emozione sono strettamente connessi alla palpitazione e quest'ultima al respiro. Quindi, gli Dei pongono ardimento, audacia quando "ispirano" l'uomo e soffiano "menos" (μένος) o forza vitale (esempio: Atena soffia "forza vitale" a Odisseo ed egli cominciò a colpire a destra e a sinistra contro i Traci addormentati). Non solo in Omero ma anche in Euripide "essere di animo alto" letteralmente è "emettere grandi respiri", Pindaro "emettere mediocri respiri" sta per "pensare pensieri meschini".. ecc ecc. Si comprende, allora, come l'anima-respiro passi dai polmoni ma si introduca dai canali della testa (orecchie, bocca, naso) che attraverso la respirazione giunge al petto e dunque anche al cuore, sede del sentire e del pensiero. Il caput è la sede della vita, dell'anima, del principio vitale della persona, con cui va ad identificarsi. Da qui la pratica della decapitazione come metodo per uccidere il nemico, per togliergli la "vita". Esempio, Achille dice che onorava Patroclo al pari della sua testa (Iliade, XVIII, 82). Pare che i popoli germanici appendessero teste agli alberi per il medesimo motivo, i Norreni pensavano che la testa scendesse nel regno della morte. I Celti ritenevano che la testa contenesse l'anima, e così come per i Greci, lo starnuto (emissione improvvisa di aria, indipendente dalla volontà cosciente) era considerato un segno profetico proveniente da una potenza dotata di conoscenza "altra". Anche in Catullo lo starnuto è un cenno di (o meglio "dal") capo (XLV. Acmen: "hoc ut dixit, Amor sinistra ut ante, dextra sternuit approbationem/ Come disse così, Amore starnutì a sinistra un'approvazione, come prima a destra).
I capelli stessi assumono dunque un significato importante: venivano ad esempio offerti (Achille offre i suoi capelli) considerati, letteralmente, come le foglie delle piante nutrite dalla linfa, che nel nostro caso, sono direttamente nutrite dalla sostanza vitale risiedente nel capo (sede del GENIUS: nutrirsi in abbondanza e bere vino-liquido del seme della vite- serviva a compiacere al proprio Genius e da qui l'importanza del "festum geniale"). Medesimo discorso per la barba che rappresenta la forza. L'uomo peloso era ritenuto vigoroso, virile. Il seme, infatti, si produrrebbe, come per le piante con le foglie, insieme al capello.
Il cerebrum-cervello (da “cereo”, genero) contenuto nella testa-caput (elementi di potenza: barba, corna, capelli), conteneva il seme, collegato alla figura di Ceres, dea della fertilità, che s’identifica con il seme posto sulla cima-testa della spiga. Secondo lo studioso Onians, vi è un chiaro nesso tra il “gramen” e Marte-dio della virilità, della potenza generativa nella fertilità.
Al Campo Marzio, la celebrazione del “cavallo d’ottobre”, per favorire un raccolto abbondante, richiamerebbe appunto questa divinità che sarebbe raffigurata nel fascio d’erba, laddove l’aquila rappresenta, invece, Giove. Negli Emblemata di Andrea Alciato (1492-1550), per fare un esempio, si richiama tale collegamento -Gramen cur Marti- “Marti vero sacrum est, quia ex gramine ortus esse creditur” .. “In Campo Martio copiosum gramen crescebat.. Martiali praemio donabatur … Te per gramina Martii” (forse la “corona graminea”, veicolo di sacralità).
Nella Quabbalah stessa, la forza è associata al seme proveniente dal cervello.

venerdì 26 settembre 2008

Il libero arbitrio

L'uomo si potrebbe sentire una specie di vittima poiché in lui è il dio che ispira un'azione o l'altra. Si sente dunque l'attore di una decisione divina in un teatro umano in cui il fatalismo assume un'importanza concreta, reale. Se si perde ad un combattimento, Zeus vuole così. Inutile (o comunque non raccomandabile) insistere, lecito piangere, ciò non toglie onore o virilità. Il dio smuove delle forze mettendosi allo "stesso piano" dell'uomo, cioè arrivando ad agire nel mondo che l'uomo conosce ed in cui svolge la sua esistenza materiale. Gli dei "filano" il destino dell'uomo. Questo filo in qualche modo lega, cioè vi è un legame tra l'esistenza e le decisioni e il fato stesso, tuttavia, l'uomo può decidere da sé: restare a casa o morire in guerra? Non la vedrei come la scelta bene-male, anche se gli Dei probabilmente sorvegliano tutte queste scelte umane, per farle restare entro il binario del fato (cosa è bene e cosa è male? Meglio vivere a casa o meglio morire gloriosamente? In ogni caso solo al profeta, al veggente, è dato di sbirciare nel futuro facendosi un’idea di quanto accadrà). Sulla predestinazione e sulla libertà assoluta, si potrebbe, anzi, pensare che perfino gli dei non siano propriamente “liberi” di muoversi, in effetti, Zeus è colui che ha in mano le redini di tutti questi legami, stretti attorno alla materia ed alle scelte umane. Le Moire, le Norne, muovono questi fili pur sempre sottoposte, facendone le veci, al Padre degli Dei. Le azioni ed i compiti degli Dei restano comunque sottoposti alla Legge primaria che è la decisione di Zeus, che muove l'ago della sua bilancia e decide. Anche le Norne norrene della battaglia filano e dunque legano il destino di uomini ed eserciti. Alla nascita all'uomo è assegnato un "filo", il fato; la tessitura, poi, essendo attività femminile è collegata alla donna (e specificamente al momento del parto) e dunque sono di sesso femminile le tessitrici del destino (non solo un legame ma una vera e propria tessitura). Come con le trame di una stoffa l'uomo può scegliere di andare in un "quadrante" o in un altro, ma alla fin fine la libertà ha dei limiti, i limiti del "pezzo di tessuto" in cui l'uomo si muove. Qualunque possa essere l'immaginario che ne nasce, anche nella tradizione vedica il Fato lega con la corda l'uomo a malattie, a cattive sorti e alla morte, e preghiera e sacrificio servirebbero dunque a slegarsi da simili "trame".

In che senso il "nome"?

L'uomo agisce con gli eventi e non ne è soltanto uno spettatore ricettivo perché si pone ad attore nel momento in cui "nominando" ("descrivendo") egli "crea" una determinata situazione, un'immagine ben precisa, "forma" un "quadro", legato però alla sua percezione personale degli eventi e delle cose, percezione "limitata" alla natura umana e dal proprio grado evolutivo. In un certo senso, comunque, l'uomo entra in contatto con questi eventi, cose, luoghi e con le loro energie nel momento in cui, assorbendone le caratteristiche e fissandole attivamente nella descrizione fatta di parole, immagini, pensieri e azioni, comunica con esse.

giovedì 25 settembre 2008

La potenza in atto, Anna Perenna come Shakti

Per quanto riguarda la tradizione occidentale, si è già detto che Anna è collegata all’acqua: ritrovamenti archeologici e indizi etimologici ci orientano e rafforzano questa ipotesi. Inoltre, è stato detto che Anna è assimilabile al concetto di nutrimento e mentre per alcuni questo riconduce direttamente al culto lunare e dunque anche alla Grande Madre intesa come nutrice cosmica, per altri la corrispondenza non sarebbe così univoca, essendo il pantheon occidentale più specifico, presentando, infatti, figure come Ceres, molto più facilmente riconducibile alla ciclicità delle stagioni lunari e solari, connesse alle funzioni stesse della dea. Se Anna (Perenna) rappresenta il nutrimento ed è connessa all’acqua, elemento vitale per eccellenza, possiamo qui notare una corrispondenza con l’Anna della Tradizione vedica. Se il cibo è sacrificio, perché viene consumato (bruciato in noi tramite Agni) determinando energia vitale, è il Soma-bevanda sacra (la cui preparazione e libazione al fuoco sacro costituiscono gran parte della liturgia vedica) che simboleggia nella ritualità la Vita Universale nelle sue funzioni di sperma (dono di vita)-respiro (prana, o energia vitale)- pensiero (manas, mente=luna).Il Soma (bevanda stimolante ed inebriante identificata con ambrosia e miele), e dunque anche il rito a esso legato, è connesso ai periodi di digiuno rituale degli asceti e anche alle fasi lunari per il ciclico accrescimento e diminuzione della Asclepias acida (?) spremuta nella preparazione.
La Luna, o Mente, è la coppa ricettiva del seme della vita, lo "specchio" (simbolicamente assimilato alle acque) in cui si riflette la Fonte Primordiale di Luce che rappresenta la Vita eterna, immortale. Nella tradizione hindu, Annapurna è "la dispensatrice di cibo" e "la luce che sazia ogni essere" (alimento spirituale): la Luna o Mente (pensiero, una delle facoltà del Cuore) è la coppa dell’offerta sacrificale o sperma o sostanza vitale. Dice il Mahabharata che l’Universo è fatto di Fuoco (Agni) e di Offerta (Soma), in altra parole, tutto quanto contiene vita è offerta, cioè l’alimento è un principio universale, con l’alimento viviamo e alimento diveniamo con la morte del corpo(Taittiriya Upanishad). Il concetto di Divoratore-Divorato-Sacrificio è dunque l’esistenza manifestata del Cosmo. Anna è dunque l’offerta che nel sacrificio (Apas, da Ap=le acque primordiali, caos) viene restituita al mondo divino (Karma, azione è anche "atto sacrificale", quindi in un certo senso, la vita mortale stessa rappresenta nutrimento divino), è energia infinita e poiché il nutrimento sacro è nettare d’immortalità, si accompagna alla Sapienza. E’, infatti, soltanto attraverso la Conoscenza (Vidya) che si giunge alla liberazione e dunque al mondo degli Dei. Da notare che l’accoppiamento è considerato sacrificio cosmico, è attraverso l’accoppiamento che il seme si colloca nel grembo-coppa della donna e in alcuni metodi di yoga, come il Tantra Yoga, è attraverso l’energia sessuale che si compie la liberazione (la dualità si fonde).
Secondo le Upanishad, l’interpretazione mistica del sacrificio vedico inizia con la meditazione Aranyaka, "silvestre" (da Aranya, foresta e Arani, pezzo di legno, uno dei due pezzi impiegati per accendere il fuoco sacro e simbolicamente foggiati come vulva e pene). L’Universo nasce dalla fusione della coppia Shiva (Suprema Conoscenza, "Io") e Shakti (sposa, potenza, l’attivo del dio che opera- di evoluzione o d’involuzione, l’"Io sono"). Secondo Viola, le ierogamie divine indicano sempre dei passaggi dalla potenza all'atto di possibilità inerenti al principio attivo, al Dio in questione. La fusione del Cosmo è l'energia della felicità che si manifesta come realtà "vibrante" e come nel macrocosmo così si ripete nella realtà dell'uomo ("ciò che è in alto è come ciò che è in basso e ciò che è in basso è come ciò che è in alto"). Inoltre, hvumvs, hvmi o ksvmvs esprimono proprietà che umidificano il seme, che lo portano a germinare, quindi che esprimono il passaggio dalla potenza all'atto. Il passaggio dalla potenza all'atto simbolizzato dalla ierogamia divina è quanto si esprime, dunque, nell'offerta sacrificale. Anche Anna Perenna intesa come Shakti di Marte è la manifestazione di questi e diviene, quindi, la sua "potenza in atto". A marzo, la natura si risveglia, grazie al sacrificio (si pensi ai semi che si rompono, subendo una loro morte, nel ricettacolo cui sono stati destinati per dare vita a nuove esistenze (nuove possibilità del mondo sensibile, piante implicite ma non ancora esistenti nel seme); in quel periodo, dunque, vi è un rinnovarsi -ciclico e perenne- della materia rigenerata, della natura e degli uomini il cui Spirito si eleva tramite la purificazione del corpo.
Perché Anna Perenna dovrebbe prendersi gioco di Marte nascosta dietro un velo che cela la sua vera natura? Forse perché così facendo ricorda che la luce nel Soma-Seme si occulta, l’essenza della Fonte di Luce, cioè, non è ancora rivelata, il seme è la potenzialità della vita eterna, vero veicolo divino, un “signvm” divino (Sig-Nvm, concetto che, ricorda Viola, riconduce a Sym-Bolon, cioè la connessione, l’adesione, l’unione che potrebbe anche richiamare la forza d’attrazione venusiana).Il Signvm supera l’illusione data dall’essere il riflesso della sua Causa, il causato si eleva alla causa, il prototipo al suo archetipo, e lo fa rimuovendo il velo dell’ignoranza per mezzo dell’Anagogia (elevazione). Infatti, tutto ciò che esiste ha il suo principio nell’Intelletto divino, è la ragione seminale di Dio, la Verità che concepisce "Signa" nella Mater ricettiva, materia. In un certo senso, si può comprendere perché il possibile concetto fondatore del mito di Anna Perenna non è poi così lontano da una certa considerazione sulla Grande Madre e sul ruolo della Luna come specchio della luce della Fonte.E’ per mezzo di Pronoia Minerva (Pronoia=unità dell’essere che opera affinché la sua identità permanga nell’Essere) spiega Viola, che ogni cosa corrisponde alla Mens, in quanto viene custodita conforme alla sua Idea. Sarà poi il Fatum a concatenare le cose in un "ragionamento divino perenne", mentre Mercurio penetrerà l’essenza della Ragione Universale per permettere l’accesso alla sede degli arcani. Mercurio, che nella tradizione indiana è figlio della luna, del Soma.

Anna Perenna

Alle idi di Marzo, mese di Marte, che tradizionalmente corrispondeva alla luna piena, veniva festeggiato il festum geniale con una scampagnata nei pressi del ponte Milvio sulla via Flaminia.La lunazione di marzo corrispondeva al nuovo anno. La folla si trovava per la festa a ballare e danzare sui prati, alcuni si accampavano con tende e rustiche capanne ed il clima ormai tiepido favoriva questo avvenimento. Nei Fasti, Ovidio racconta che il vino scorreva a fiumi e s’iniziavano poi danze frenetiche e canti imparati a teatro. Macrobio scriveva che nello stesso giorno si andava a “sacrificare in pubblico e in privato per Anna Perenna”, “per poter passare felicemente da un anno all’altro (annare) e compiere bene tutto l’anno (perannareque comode)”. Chi fosse la dea Anna Perenna è ancora un mistero, anche se sono nate alcune leggende, in quella che segue Anna assume lo stato di ninfa.Ovidio raccontava che Anna fosse la sorella di Didone, partita da Cartagine invasa dai Numidi raggiunse Laurentum e fu accolta da Enea ma Lavinia, sposa dell’eroe troiano si ingelosì e tramava contro di lei. Didone apparve in sogno ad Anna esortandola a fuggire e così fece. Le sue orme portavano presso il corso d’acqua e la leggenda dice che Numicio l’abbia rapita tra le onde. Quando Enea raggiunse le rive seguendo le tracce lasciate da Anna si dice che Numicio abbia fatto tacere ogni fruscio d’acqua e pare che si udì “Sono ninfa del placido Numicio, nascosta nell’onda perenne, son detta Anna Perenna”. In un’altra leggenda Anna era raffigurata come una vecchia che viveva a Boville, attuale Frattocchie sull’Appia a circa 20 km da Roma. Anna avrebbe sfamato con focacce la plebe che si rifugò nel 494 494 a.c. sul monte Sacro in protesta per le ingiustizie subite dai patrizi. Per questa perenne assistenza (perennem operam) venne eretta una statua in suo onore. Pare che in questo caso Anna fosse la personificazione dell’annona (da annus) la cui funzione pubblica era di assicurare distribuzione del grano agli abitanti della città. La terza leggenda spiega perché in questa occasione i canti delle fanciulle raccontassero episodi osceni. Si dice che Marte era innamorato di Minerva la quale gli sfuggiva. Poiché Anna veniva onorata nel suo mese, Marte si recò a richiedere il suo aiuto insistentemente. Anna gli promise di condurre alla stanza nuziale la fanciulla ma preparò uno scherzo, condusse una vecchia dea, forse lei stessa, coperta con un velo sul letto nuziale. Marte scoprì l’inganno scostando il velo per baciarla. Anna Perenna potrebbe essere la personificazione del nutrimento perenne immortalante che appunto viene alle creature del Principio divino di tutto: una dimensione che, in molti miti, era raffigurata simbolicamente come una misteriosa terra posta oltre il mare, difficilissima da raggiungere, e significativamente retta da una Dea, oppure una Regina o Sacerdotessa sovrana. L'obiettivo, per qualcuno, di un difficile viaggio attraverso le acque, volto a ritrovare il contatto con l'origine della vera Vita perenne, al di là delle apparenze del mondo storico.Ad es. per i celti questa era "la Terra dei Viventi", la patria nativa dei Tuatha de Danann, nome della stirpe primordiale di origine superiore, che letteralmente significava proprio "gente della Dea", cioè di Dana o Ana..Per alcuni studiosi Anna Perenna è "la Grande Dea" , la "Madre dai mille nomi" dalle cui caratteristiche si sono distinte diverse altre dee quali Ishtar, Anahita, Parvati, kali, Athena ecc ovvero Anna Perenna sarebbe la rappresentazione, senza limiti di spazio e tempo, di una Dea Universale. Sarebbe anche la rappresentazione dell'avvicendarsi degli anni, annare perennare, come apportatrice di letizia.Precisa Cattabiani, in "Simboli, miti e misteri di Roma" - Newton e Compton ed.,2004- che Anna la cui desinenza an deriverebbe dall’arcaico annulus-anello potrebbe essere ricondotta alla ciclicità del tempo, poiché giorni mesi ed anni sono scanditi dai moti circolari della Luna attorno alla Terra e della Terra attorno al Sole. "La Grande" è tradizionalmente riconducibile al culto della Luna, legato quindi al nutrimento e alla fecondità. La dea Anna Perenna potrebbe quindi essere "la Grande Madre. Se in alcuni miti ella appare vecchia, non c’è da stupirsi, considerando che la rappresentazione di Madre Natura alla fine dell’anno è appunto di una vecchia rinsecchita. Viceversa, all’inizio dell’anno viene raffigurata come una fanciulla, la “ninfa”. Il collegamento con l’acqua non è nemmeno casuale. Per alcuni Anna deriva da Amnis "fiume", "corrente" (corrente eterna) ovvero“il flusso continuo di energia vitale che genera gli esseri e le forme che si celebra al primo plenilunio, capodanno romano, essendo Anna connessa alla Luna.Addirittura per alcuni "anna peremna" è Sostanza magica o fonte di nutrimento, bevanda spirituale (come Soma, o Amrita, o Ambrosia..) Anna quindi sarebbe "cibo". La Dea hindu Annapurna è considerata "la luce che sazia ogni essere". Il termine sancrito “anna” è l’essenza vitale di ogni cosmo. Il culto di Anna accostato a figure legate all'acqua risulta dai ritrovamenti archeologici per cui vi sarebbe un evidente nesso tra l'antico culto della Dea italica e le Ninfe, nella zona Parioli a Roma vi è la fontana sacra alla Dea, laddove un tempo sorgeva il bosco sacro. Nella tavola bronzea osca di Agnona si cita “ammaí Kerríiaí” e “pernaí Kerríiaí”, secondo quanto ricorda Cattabiani la parola amma, madre, corrisponde al germanico amma, nutrice e ammaí pernaí potrebbero essere ricondotti ad Anna Perenna. Anche secondo Dumézil Anna Perenna significa nutrimento, in particolare egli ritiene che annona sia da riferire a “nutrice” e non ad “annus”, Perenna starebbe per perennis, perenne. Quindi Anna Perenna sarebbe proprio la Nutrice d’Immortalità, l’Ambrosia che dona immortalità. Dice Cattabiani che col tardo Impero il culto cadde in desuetudine; dove il calendario Vaticano registrava come Feriae Annae Perenna VIA.FLAM.AD.LAPIDEM PRIMUM il calendario di Filocalo del 354 d.c. al 15 marzo registrava il Canna intrat, il primo giorno di culto ad Attis. Nella tradizione cristiana Anna ha un altro significato, da hanān, concedere grazia. Ma forse è interessante notare che nel primo libro di Samuele Elkana ha due mogli: Peninna e Hannāh. La prima aveva dato due figli, la seconda era sterile. Le fu poi “concessa la grazia” di un figlio. Hannāh venne tradotto in greco e in latino Anna ma è solo un caso che esso venne a coincidere con la dea romana. Il martedì era consacrato ad Anna Perenna perché sarebbe nata e morta in quel giorno, dedicato anche a Marte.

lunedì 22 settembre 2008

Introduzione

Gli argomenti qui trattati non seguono necessariamente un filo conduttore, ma nascono da esigenze e da interessi culturali dell'Autrice del blog stesso. I primi interventi riguarderanno il parallelismo tra l'Anna Perenna di tradizione occidentale con l'Annapurna hindu per cercare di capire se e in quale misura le figure citate sono in relazione.
Il ragionamento si evolverà verso i temi portanti della religione vedica, il nutrimento ed il sacrificio, per allargarsi poi, di volta in volta...
Il blog consente i commenti dei lettori, quelli che desiderano criticare lo studio con diversi o nuovi orientamenti e precisazioni, o quelli che semplicemente si sono incuriositi e desiderano avere chiarimenti. Grazie.