venerdì 26 settembre 2008

Il libero arbitrio

L'uomo si potrebbe sentire una specie di vittima poiché in lui è il dio che ispira un'azione o l'altra. Si sente dunque l'attore di una decisione divina in un teatro umano in cui il fatalismo assume un'importanza concreta, reale. Se si perde ad un combattimento, Zeus vuole così. Inutile (o comunque non raccomandabile) insistere, lecito piangere, ciò non toglie onore o virilità. Il dio smuove delle forze mettendosi allo "stesso piano" dell'uomo, cioè arrivando ad agire nel mondo che l'uomo conosce ed in cui svolge la sua esistenza materiale. Gli dei "filano" il destino dell'uomo. Questo filo in qualche modo lega, cioè vi è un legame tra l'esistenza e le decisioni e il fato stesso, tuttavia, l'uomo può decidere da sé: restare a casa o morire in guerra? Non la vedrei come la scelta bene-male, anche se gli Dei probabilmente sorvegliano tutte queste scelte umane, per farle restare entro il binario del fato (cosa è bene e cosa è male? Meglio vivere a casa o meglio morire gloriosamente? In ogni caso solo al profeta, al veggente, è dato di sbirciare nel futuro facendosi un’idea di quanto accadrà). Sulla predestinazione e sulla libertà assoluta, si potrebbe, anzi, pensare che perfino gli dei non siano propriamente “liberi” di muoversi, in effetti, Zeus è colui che ha in mano le redini di tutti questi legami, stretti attorno alla materia ed alle scelte umane. Le Moire, le Norne, muovono questi fili pur sempre sottoposte, facendone le veci, al Padre degli Dei. Le azioni ed i compiti degli Dei restano comunque sottoposti alla Legge primaria che è la decisione di Zeus, che muove l'ago della sua bilancia e decide. Anche le Norne norrene della battaglia filano e dunque legano il destino di uomini ed eserciti. Alla nascita all'uomo è assegnato un "filo", il fato; la tessitura, poi, essendo attività femminile è collegata alla donna (e specificamente al momento del parto) e dunque sono di sesso femminile le tessitrici del destino (non solo un legame ma una vera e propria tessitura). Come con le trame di una stoffa l'uomo può scegliere di andare in un "quadrante" o in un altro, ma alla fin fine la libertà ha dei limiti, i limiti del "pezzo di tessuto" in cui l'uomo si muove. Qualunque possa essere l'immaginario che ne nasce, anche nella tradizione vedica il Fato lega con la corda l'uomo a malattie, a cattive sorti e alla morte, e preghiera e sacrificio servirebbero dunque a slegarsi da simili "trame".

In che senso il "nome"?

L'uomo agisce con gli eventi e non ne è soltanto uno spettatore ricettivo perché si pone ad attore nel momento in cui "nominando" ("descrivendo") egli "crea" una determinata situazione, un'immagine ben precisa, "forma" un "quadro", legato però alla sua percezione personale degli eventi e delle cose, percezione "limitata" alla natura umana e dal proprio grado evolutivo. In un certo senso, comunque, l'uomo entra in contatto con questi eventi, cose, luoghi e con le loro energie nel momento in cui, assorbendone le caratteristiche e fissandole attivamente nella descrizione fatta di parole, immagini, pensieri e azioni, comunica con esse.

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